L’ombra della tragedia si allunga sul carcere di Mammagialla, a Viterbo, dove la morte prematura del detenuto Hassan Sharaf, avvenuta nel luglio del 2018, continua a suscitare interrogativi e a richiedere giustizia. A quasi otto anni dal decesso, il processo che vede coinvolti un medico e un agente di polizia penitenziaria è giunto a una fase cruciale, con la richiesta di condanna avanzata dal sostituto procuratore generale Tonino Di Bona. Nello specifico, la richiesta è di un anno di reclusione per la dottoressa Elena Niniashvili, medico del reparto di medicina protetta dell’ospedale di Viterbo, e di otto mesi per l’agente Massimo Riccio, responsabile della sezione di isolamento del carcere. Entrambi sono accusati di omicidio colposo ai danni del giovane Hassan Sharaf, detenuto egiziano di soli 21 anni.
Il percorso giudiziario e le richieste della procura
Il procedimento giudiziario, che si sta svolgendo dinanzi alla giudice Daniela Rispoli del tribunale di Viterbo, ha visto il pubblico ministero avanzare una richiesta di pena senza il riconoscimento delle attenuanti generiche, sottolineando la gravità delle circostanze. La prossima udienza è stata fissata per la settimana successiva, momento in cui si attende l’evoluzione del caso. A rappresentare gli imputati vi sono gli avvocati Fausto Barili e Giuliano Migliorati. D’altro canto, i familiari di Hassan Sharaf – madre, sorella e cugino – si sono costituiti parte civile, sostenuti dall’associazione Antigone, attiva nella difesa dei diritti dei detenuti. I legali che li assistono sono Giacomo Barelli e Michele Andreano. Come responsabili civili, sono stati identificati il Ministero della Giustizia e la Azienda Sanitaria Locale (ASL) di Viterbo, a testimonianza della complessità delle responsabilità in gioco.
Il caso hassan sharaf: Circostanze e precedenti
Hassan Sharaf, un giovane egiziano, fu ritrovato senza vita nella sua cella di isolamento il 23 luglio 2018. La sua permanenza in quella sezione era stata precedentemente giudicata idonea dalla dottoressa Niniashvili. Il tragico evento occurred a pochi mesi dalla scadenza della sua pena, prevista per il settembre dello stesso anno. Prima di giungere all’estremo gesto, il giovane aveva denunciato presunte percosse subite da parte di alcuni agenti, segnalando la situazione al Garante dei detenuti del Lazio. Questa denuncia aveva inizialmente portato all’apertura di un’indagine per istigazione al suicidio, indagine poi archiviata dalla procura di Viterbo. Tuttavia, la famiglia del giovane, attraverso i propri legali, è riuscita a ottenere la riapertura del caso, che è stato successivamente trasferito alla procura generale, la quale ne ha assunto la gestione in autonomia, evidenziando la complessità e la delicatezza della vicenda.
Riflessioni sulla detenzione e la salute mentale
La vicenda di Hassan Sharaf solleva interrogativi fondamentali riguardo alle condizioni carcerarie e alla gestione della salute mentale dei detenuti. L’isolamento, sebbene a volte necessario per ragioni di sicurezza, impone una particolare attenzione al benessere psicologico degli individui, soprattutto quando questi mostrano fragilità. La presunta denuncia di percosse prima del suicidio aggiunge un ulteriore strato di preoccupazione, suggerendo possibili criticità nei rapporti tra detenuti e personale penitenziario. Il fatto che il caso sia stato riaperto e che il pubblico ministero abbia richiesto una condanna evidenzia la tenacia dei familiari nel perseguire la verità e la giustizia per il loro congiunto. La posizione della dottoressa Niniashvili, chiamata a valutare l’idoneità all’isolamento, e quella dell’agente Riccio, responsabile della sezione, sono al centro dell’attenzione, con l’accusa di omicidio colposo che mira a chiarire le responsabilità individuali in una situazione che ha portato a un esito fatale.