Il ritorno delle piogge sulla Tuscia ha riportato l’attenzione su un problema cronico e strutturale: il rischio idrogeologico. Frane e alluvioni non sono emergenze occasionali, ma una condizione con cui la provincia di Viterbo convive quotidianamente, legata alla sua conformazione geomorfologica e alla distribuzione degli insediamenti. Questo fenomeno, sebbene non costante, rappresenta una minaccia potenziale che richiede attenzione e pianificazione.
Dati e classificazioni del rischio
I dati forniti dall’Ispra e dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente offrono un quadro dettagliato della situazione. Su una superficie provinciale di circa 3.616 chilometri quadrati, oltre 320 chilometri quadrati risultano interessati da aree classificate a diversa pericolosità idrogeologica. In particolare, le zone a rischio alto (P3) coprono circa 86 chilometri quadrati, pari a poco meno del 2,5% del territorio, mentre quelle a rischio medio (P2) si estendono per circa 116 chilometri quadrati (3,2%) e quelle a rischio basso (P1) per poco più di 120 chilometri quadrati (3,3%). Complessivamente, quasi il 9% del territorio provinciale rientra in una qualche forma di classificazione di rischio. Questi dati non indicano emergenze immediate, ma fotografano una condizione strutturale di esposizione che diventa più rilevante in presenza di eventi meteorologici intensi o prolungati, come le piogge delle ultime settimane.
Distribuzione del rischio e casi specifici
Il rischio idrogeologico non è distribuito uniformemente nella provincia. La fascia orientale, affacciata sulla valle del Tevere, è storicamente più esposta ai fenomeni franosi. Qui, la presenza di versanti tufacei di origine vulcanica e la collocazione di centri abitati e infrastrutture a ridosso di scarpate naturali aumentano la vulnerabilità. Orte è il comune con la percentuale più elevata di territorio classificato a rischio alto, con oltre il 17% (12 kmq) della superficie comunale in area P3. Valori significativi si registrano anche a Bomarzo (circa 13% – 10 kmq), Graffignano (oltre 11% – 11 kmq) e Civita Castellana (circa 8% – 7 kmq), insieme a Bassano in Teverina, Civitella d’Agliano e Castiglione in Teverina. In queste aree, il rischio è legato soprattutto a fenomeni di instabilità dei versanti, che possono accentuarsi in concomitanza con forti precipitazioni. Nella parte occidentale e costiera della provincia, invece, prevale il rischio di tipo alluvionale. Tarquinia è il comune con la maggiore estensione assoluta di territorio in area P3, con oltre 25 chilometri quadrati (8,96%) classificati a rischio alto, seguita da Montalto di Castro con circa 15,7 chilometri quadrati (8,47%). Queste superfici ampie e continue interessano aree agricole, infrastrutture, zone produttive e contesti a forte vocazione turistica, confermando come la fragilità idrogeologica non riguardi esclusivamente zone interne o marginali.
Un problema che richiede attenzione costante
La situazione idrogeologica della Tuscia richiede un monitoraggio costante e interventi mirati per mitigare i rischi. La distribuzione non uniforme del pericolo richiede strategie differenziate, soprattutto in aree come Orte, Bomarzo, Graffignano e Civita Castellana, dove il rischio di frane è più elevato. Allo stesso modo, le zone costiere come Tarquinia e Montalto di Castro necessitano di piani di gestione del territorio che tengano conto del rischio alluvionale. La consapevolezza di questa condizione strutturale è il primo passo verso una gestione più efficace del territorio, soprattutto in vista di eventi meteorologici intensi che potrebbero aggravare la situazione.