Processo cruciale

Morte di Hassan Sharaf: parti civili e difese a confronto in aula

Le arringhe finali nel processo per la morte del detenuto egiziano, tra accuse di negligenza e richieste di assoluzione

Morte di Hassan Sharaf: parti civili e difese a confronto in aula

L’udienza di ieri ha rappresentato un momento cruciale nel processo per la morte di Hassan Sharaf, il 21enne detenuto egiziano deceduto il 30 luglio 2018 all’ospedale di Belcolle, sette giorni dopo aver tentato il suicidio nella cella d’isolamento del carcere di Mammagialla. Nell’aula 5 del tribunale di Viterbo, davanti al giudice Daniela Rispoli, si sono confrontate le arringhe finali degli avvocati delle parti civili e dei difensori degli imputati, la dottoressa Elena Niniashvili e l’assistente capo coordinatore della polizia penitenziaria Massimo Riccio.

Le accuse delle parti civili

Secondo l’avvocato Giacomo Barelli, che assiste la famiglia di Sharaf insieme al collega Michele Andreano, l’operato dei due imputati avrebbe avuto un ruolo determinante nel tragico epilogo. Barelli ha dichiarato che “la morte di Hassan si poteva evitare. Non era un suicidio imprevedibile. La dottoressa avrebbe potuto non autorizzare l’isolamento. Il poliziotto, invece, ha chiuso il blindo senza verificare le condizioni del detenuto, ignorando i segnali di disagio che aveva già manifestato”. Barelli ha inoltre sottolineato che tra il momento stimato del gesto estremo e l’intervento dei soccorsi passarono ben 27 minuti, un lasso di tempo che, secondo il legale, avrebbe potuto essere evitato se l’agente avesse controllato le condizioni del detenuto. “Se lo spioncino della porta blindata non fosse stato chiuso – ha insistito Barelli – l’agente forse avrà pensato occhio non vede, cuore non duole. Se non l’avesse fatto avrebbe potuto accorgersi di quanto stava accadendo. C’era una evidente esposizione al rischio suicidario. Si trattò di gravi negligenze e di comportamenti imprudenti da parte dei due imputati”.

La difesa degli imputati

Totalmente opposta la tesi dei difensori degli imputati, gli avvocati Fausto Barili e Giuliano Migliorati, che hanno chiesto l’assoluzione dei propri assistiti. Barili ha sostenuto che “il suicidio è un atto imprevedibile. Non c’erano segnali specifici o diagnosi che facessero presagire tale rischio. Nessun consulente ha rilevato errori nei comportamenti della mia assistita. Non era arrivata alcuna segnalazione in merito ai disturbi psichici del ragazzo. Non c’erano controindicazioni all’isolamento. Gli elementi emersi in questo processo smentiscono le ricostruzioni della procura generale e dei colleghi delle parti civili”. Secondo la difesa, quindi, non ci sarebbero state negligenze o comportamenti imprudenti da parte degli imputati, ma piuttosto un tragico evento imprevedibile.

Il futuro del processo

Con le arringhe finali concluse, il giudice Daniela Rispoli dovrà ora valutare le testimonianze e le prove presentate durante il processo per emettere una sentenza. La morte di Hassan Sharaf ha sollevato questioni importanti riguardo alle condizioni di detenzione e alla gestione dei casi di rischio suicidario all’interno delle carceri. Indipendentemente dall’esito del processo, questo caso ha messo in luce la necessità di migliorare le procedure di sorveglianza e di assistenza psicologica per i detenuti, al fine di prevenire tragedie simili in futuro.