A Gallese, un piccolo comune in provincia di Viterbo, si sta consumando una vicenda di caporalato che ha portato alla luce condizioni di lavoro disumane per diversi operai. Il titolare di due società, un uomo di 63 anni, è attualmente a processo con l’accusa di sfruttamento del lavoro, aggravato dallo stato di bisogno degli operai. La vicenda è emersa grazie alle denunce di tre dipendenti, presentate nel giugno 2018, che hanno raccontato di essere stati costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno in condizioni precarie e con stipendi irregolari.
Testimonianze drammatiche in aula
Mercoledì, davanti al giudice Jacopo Rocchi, due dei tre lavoratori hanno preso la parola in aula come parti civili, assistiti dall’avvocato Walter Pella. Si tratta di un 39enne e di un 32enne, entrambi marocchini, che hanno raccontato le loro esperienze tra turni estenuanti, stipendi irregolari e condizioni di lavoro precarie. Il 39enne ha lavorato nell’azienda dal 2014 al 2018 con un regolare contratto, ma ha descritto le condizioni come pesanti: “Facevo 12 ore al giorno, con mezz’ora di pausa pranzo. Lavoravo anche la domenica”. Gli stipendi, tra i 1.400 e i 1.600 euro mensili, non sarebbero stati corrisposti con regolarità. “A volte venivo pagato dopo due o tre mesi e talvolta mancava una parte della somma – ha proseguito il 39enne -. L’azienda era sempre aperta. Solo una volta, ad agosto, chiesi una settimana di ferie e mi fu pagata. Per il resto, anche quando non stavo bene continuavo a lavorare”.
Condizioni di vita precarie e controllo costante
Il 39enne ha inoltre dichiarato di aver vissuto all’interno dello stabilimento. “Dormivamo in quattro in una stanza – ha spiegato -, con un piccolo angolo cottura per prepararci da mangiare. Poi trascorsi due anni in un camper parcheggiato accanto all’alloggio. Per lavarci usavamo i bagni dell’azienda. Il datore di lavoro ci controllava costantemente”. Anche il 32enne ha parlato di turni massacranti e mansioni svolte in diversi reparti: “Ero il tuttofare. Solo due o tre domeniche al mese erano libere, ma a volte si lavorava senza sosta. Non esistevano festivi. Se in busta paga c’erano 1.500 euro, il bonifico era inferiore. Non ho mai ricevuto la tredicesima”.
Un caso che richiede attenzione e soluzioni
La vicenda di Gallese è solo l’ultimo esempio di una piaga che affligge molte realtà lavorative in Italia. Il caso emerso a Gallese richiede un’attenzione particolare da parte delle istituzioni e delle autorità competenti per garantire che simili situazioni non si ripetano. È fondamentale che i lavoratori siano protetti e che le leggi sul lavoro siano rispettate, affinché ogni individuo possa svolgere la propria attività in condizioni dignitose e sicure. La speranza è che questo processo possa portare a giustizia per le vittime e servire da monito per chiunque pensi di sfruttare il lavoro altrui.